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ALESSIO

Lungo il fiume
23/02/2011 14:16:15

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Per un pugliese della Murgia il fiume rappresenta un mito. Le parole pesca sportiva, rafting e trota salmonata suonano esotiche come avocado, igloo e boomerang. Richiamano posti lontani chilometri, culture distanti anni luce. Da noi i fiumi si chiamano gravine e sono solchi carsici a regime torrentizio che si ricordano di essere corsi d’acqua una volta ogni vent’anni, e puntualmente ci scappa il morto. Poi abbiamo il mare a pochi chilometri, abbastanza lontano da non poterci definire gente di mare ma abbastanza vicino da conoscerlo e viverlo.
Uscivo dall’ufficio postale di Rosny sur Seine quando feci caso allo strano odore che appesantiva l’aria. Un odore che non avevo mai sentito prima, un olezzo fra muffa da infiltrazione e scarico di lavello appena sgorgato. Lungi da me il pensiero che provenisse dalla Senna, il fiume più idolatrato d’Europa teatro di pagine epiche della storia, della politica e del diritto moderno. Rimontai in bici con i polmoni a mezzo servizio. L’idea di riempire una scatola con il bagaglio in eccesso mi era venuta il giorno prima quando avevo deciso di sbarazzarmi di un po’ di roba. Un materassino ad alta densità, il treppiedi per il fornello a propano, una grossa torcia elettrica, un coltellino multifunzione in acciaio inox, un moschettone, un portachiavi, una matassa di fil di ferro, un tronchesino, un apriscatole ed un paio di scarpe. Era tutta roba nuova, sarebbe stato un peccato buttarla via, così decisi di farne dono a qualcuno.
Trovai una bella chiesetta che si affacciava direttamente sulla strada. Entrai. Nonostante le ridotte dimensioni le volte erano altissime e riccamente decorate. Provai a richiamare l’attenzione di qualcuno ma mi rispose un silenzio di tenebra. Uscii a passo svelto. Stavo assicurando la scatola al portapacchi quando una voce indefinibile ringhiò alle mie spalle. La persona più brutta che avessi mai visto, tuttora detentrice del record con un vantaggio imbarazzante sul piazzato, mi si parò davanti. Nel disperato tentativo di dissimulare il disgusto ebbi una contrazione facciale talmente fuori controllo da mandarmi qualcosa di traverso. Sarà stata la lingua o, forse, il velopendulo, fatto sta che la mia gola era ermeticamente occlusa. Avevo smesso di respirare da almeno venti secondi quando stramazzai al suolo. Immagini recondite si manifestarono davanti ai miei occhi sbarrati. Mi apparvero nell’ordine: la Madonna del Querceto che cantava Like a virgin, Moana Pozzi con l’aria insoddisfatta che, al grido di riprenditi!, mi sbatteva uno zabaione da tredici uova, e Filippo, un mio compagno di bici affetto da aerofagia cronica, l’unico ciclista al mondo che a stargli in scia si prende più vento. All’improvviso il mostro rientrò nel mio campo visivo. Indossava un mantello grigio ed un gonnone nero. Al netto dello strabismo divergente e delle opalescenze oculari ebbi la netta sensazione che mi stesse guardando il pacco, inteso come zona inguinale. Il cavo orale in atteggiamento famelico lasciava intravedere i denti marci, e per marci non intendo cariati. I denti c’erano tutti ed erano equini, ma ospitavano delle incrostazioni di color marrone con sfumature tendenti al verde. Probabilmente si trattava di formazioni organiche parassite, muschi e licheni che avevano trovato un habitat ideale per proliferare. C’era materiale per tre puntate in prima serata, Un intero ecosistema nelle fauci del mostro su Discovery Channel. L’orrore di quella visione e l’imminenza della sincope innescarono un nuovo spasmo che mi liberò la gola. Tornai a vivere.
Non ho un ricordo lucido dei momenti immediatamente successivi. Mi fermai solo dopo aver messo la distanza di sicurezza minima fra me e la nipote del gobbo di Notredame, una decina di chilometri. Tirai il fiato e cercai un modo per liberarmi della zavorra una volta per tutte. Ero davanti ad un ufficio postale, la roba era già impacchettata, decisi di spedirla a casa mia e, visto che c’ero, mi scrissi anche quattro righe. Quella di autospedirmi lettere durante i viaggi è poi diventata un’abitudine, è come tenere un diario, anzi meglio, è come ritrovare un diario smarrito in viaggio. L’odore stantio continuava a togliermi il fiato. Tendeva a diminuire quando la strada si allontanava dalla Senna, ma continuavo a non collegare la puzza col fiume.
Era l’ora di pranzo quando decisi di prendere posto in un restaurant. Il cameriere aveva modi sbrigativi ma porgeva le pietanze con una coreografia sontuosa al limite del grottesco. Avevo preso del pesce. Per un pugliese il pesce arriva dal mare, i pesci d’acqua dolce vivono nelle bocce o negli acquari e una volta defunti si buttano nel cesso. Il pesce di mare, indipendentemente dalla specie, basta buttarlo sulla brace, si rigira e si mangia. Lo si può cucinare in vari modi, condire a piacimento ma, di base, porta in sé il sapore e l’odore del mare. Quel giorno scoprii che il pesce di fiume è commestibile, almeno per qualcuno. Viene cucinato in maniera elaborata per nascondere l’odoraccio di fiume. Il mio, in particolare, aveva un odore collocabile fra l’acqua dei piatti e il porta biancheria sporca. Certo, la maestria di uno chef può far miracoli, ma perché non cimentarsi con del sughero o del cuoio, tanto il risultato sarebbe lo stesso. Nel frattempo mi feci portare una bistecca di vitello, fortunatamente non di fiume.

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