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ALESSIO

La fine di un viaggio
23/02/2011 14:15:42

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La luce intensa del mattino mi aprì gli occhi. Le poche ore di oscurità concesse dalle notti nordiche erano già finite. Mi stiracchiai con cautela temendo il morso del mal di gambe, niente, nessun dolore. Lo spazzolino faticava a vincere la resistenza delle labbra tese. Non era esattamente un sorriso, somigliava più ad un malinconico compiacimento.
Un tetto di nuvole grigio e basso copriva il cielo, nel silenzio. Il borbottio dell’acqua sul fornello a propano era l’unico rumore percettibile. Il vapore saliva senza volute, perpendicolare. Il fogliame, l’aria, tutto era fermo, come congelato in un fotogramma. Mi sedetti sotto un albero con la tazza fumante in mano e smisi di respirare.
La fine di un viaggio somiglia alla morte, e quella era la migliore scenografia che potessi chiedere. Beauty case, sacco a pelo, attrezzatura da campeggio, sistemai il bagaglio senza pensarci, con movimenti automatici. Tutto aveva trovato una collocazione nelle borse e nella mia mente. Vestizione, esercizi di straching, manutenzione rapida, primi tre chilometri con rapporto leggerissimo. Attività che, appena diventate abitudine, avrei dovuto smettere. Ma è possibile che i dolori passino proprio l’ultimo giorno di viaggio? E’ possibile che ci si abitui ai ritmi, alla fatica, al cibo, al giaciglio, alle attività quotidiane, proprio l’ultimo giorno di viaggio? E’ possibile che ci si renda conto della propria situazione privilegiata proprio l’ultimo giorno di viaggio? No, non è possibile. E’ il nostro atteggiamento che cambia. Il vuoto nello stomaco che si sente quando un viaggio stà finendo non è fame, e nemmeno fatica. E’ la morte. Solo un piccolo assaggio, un antipasto per gradire. Tanto poi si torna a vivere, si rinasce. Perché un viaggio in bici ti cambia, ti rivolta come un calzino, stravolge le tue priorità, ti rimette al mondo. Rinasci perché tutto ha una fine, anche il tuo viaggio. Rinasci perché sei morto, se no come potresti? Riparti perché fermarsi non si può, che viaggio sarebbe?
Tutto appariva scolorito dalla luce soffusa, appiattito dalla mancanza di ombre. Sentivo lo scorrere del tempo, il senso di oppressione che una scadenza ravvicinata incute. Cercavo di registrare ogni momento, ogni scorcio, con ingordigia. Ma non si può guardare tutto, pretendere di imprigionare tutto nei ricordi. Qualcosa sfugge, inesorabilmente, restano solo emozioni fugaci, ottuse. Come quando cerchi di acchiappare la sabbia, più stringi più quella ti scivola via. Tanto vale accontentarsi dei granelli e vivere il viaggio come viene, con naturalezza. E ti ritrovi composto in bici, nella tua postura a testa bassa. Scegli di ignorare un panorama bellissimo ma sempre uguale. Perché viaggiare è assaggiare lasciando sempre un po’ di spazio, se passa l’appetito le gambe si fermano.
Percorrevo una pista ciclabile pavimentata con lastre di cemento lunghe dieci metri. Il passaggio da una lastra all’altra scuoteva la bici sovraccarica, una vibrazione sorda che scandiva un tempo sempre più rapido, incalzante. La pista era completamente deserta e proseguiva dritta a perdita d’occhio tagliando in due un bosco odoroso di muschio. Alberi e cespugli si alternavano senza fine come un rullo scenografico, sempre più veloce, nel silenzio. Mi abbassai per penetrare meglio l’aria ed inserii il rapporto più duro, nove metri per pedalata. Veloce, sempre di più, in un ritmo crescente, con le gambe sempre in spinta e la bicicletta perfettamente perpendicolare. Respirazione, pedalata, battito cardiaco, sobbalzi, tutto era sincronizzato, perfetto, eterno. La vegetazione si infittì. Le ruote planavano su un sottile tappeto di aghi di pino e foglie secche, vorticavano senza attrito come orologi a trentasei lancette, affamati di tempo. Nessun dolore, nessun affanno, nessun rumore molesto, nessun gas nocivo, solo velocità, dinamismo allo stato puro, volo e vertigine insieme, ebbrezza di piacere e tumulto di paura annodati nello stomaco.
Il mio viaggio è finito lì, in un bosco nei pressi di Uelzen. E’ lì che sono morto.

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