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ALESSIO

Il verde e il blu
23/02/2011 14:31:23

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La sala degli arrivi era invasa da una luce benevola. Mi inginocchiai. Il controluce trasformò in ombre nere i bambini che giocavano nel pulviscolo. Non era la prima volta che rimontavo la mia bici. La disposizione dei componenti sul pavimento, la sequenza dei movimenti, il marsupio porta attrezzi col taschino per la minuteria, tutto era previsto e rituale. Sembravo un veterano di guerra che rimonta il suo AK-47, mancavano solo la benda sugli occhi ed il contegno marziale. Le prime pedalate in salita confermarono i miei timori: troppo carico. Meglio una bicicletta leggera o ritrovarsi senza mutande di ricambio? E’ un dubbio amletico, ma quando è troppo, è troppo. Non riuscivo ad alzarmi sui pedali senza barcollare pericolosamente. L’inventario mentale per individuare qualcosa di cui sbarazzarmi partì in automatico.
Ero fra l’accendino e la chiave da tredici quando percepii un senso di ostilità da parte degli automobilisti. Mi osservavano, tutti. Sembravano facce disegnate sui finestrini. Dovevo avere qualcosa fuori posto. Forse il pantalone elastico aveva ceduto lasciando scoperte le italiche chiappe. Con qualche incertezza mollai il manubrio reso instabile dal sovraccarico e controllai con mossa pudica. Niente, tutto a posto. Ricambiai la processione di sguardi per capirne la natura. Andavano dall’ostile al commiserante, dall’incredulo all’angosciato. Archiviai quelle espressioni fra i messaggi indecifrabili e provai a far finta di niente, un po’ come fece Geppetto con la vocina proveniente dal suo ciocco di legno.
Percorrevo una strada a quattro corsie per senso di marcia che si biforcava in due grosse arterie, più da Big Apple che da Ville Lumière. Le indicazioni recitavano: a destra Paris Saint-Denis su cartello verde, a sinistra Paris Bondy su cartello blu. Non potevo certo proseguire per l’autostrada e decisi di attraversare le prime due corsie in direzione Paris Bondy, una cosa da matti. Le auto sfrecciavano ai centotrenta ed io cercavo di evitarle barcollando fra una corsia e l’altra con il collo lungo ed il fiato corto. Ricordo, in particolare, la faccia di un cinese che mi malediceva in madre lingua con le movenze concitate di Bruce Lee. Non erano passati venti minuti dall’atterraggio del Roma Ciampino - Paris Charles De Gaulle, il mio primo volo, il mio primo espatrio, il mio primo grande viaggio, il primo chilometro e già avevo rischiato di tirare le cuoia. Adoro i buoni auspici.
Al terzo svincolo con il solito cartello a sfondo verde ero scoraggiato. Sembrava che da quella maledetta tangenziale uscissero solo autostrade. Mentre mi determinavo a paracadutarmi da un cavalcavia mi resi conto di essere seguito da una Renault della Gendarmerie. Mi fecero segno di uscire allo svincolo successivo, ubbidii. La pattuglia era composta da un ragazzino allampanato e da una paffuta signora di mezza età che sembrava sua zia, sia nelle fattezze che negli atteggiamenti. Dopo una breve quanto sterile colluttazione verbale provai a spiegare per quale motivo mi trovavo su quella che loro chiamavano autoroute. Je vien par avion... aeroport Charles De Gaulle... en Italie les panneaux pour l’autoroute sont vert... pas bleu... compris? Riuscii a farmi capire più per la gestualità italiana che per il vocabolario francese. Mi diffidarono dal percorrere autostrade, che in Francia hanno segnaletica blu, e sparirono prima che provassi a chiedere loro indicazioni per il centro.
Mi ritrovai perso in una zona industriale, un dedalo periferico che la pausa domenicale rendeva, se possibile, più desolato. Ma l’avevo vista, solo per un attimo, percorrendo lo svincolo, bastava proseguire in direzione Sud-Est e sarei arrivato al primo traguardo, la Tour Eiffel. Incontrai i primi esseri viventi dopo sei chilometri di cemento: due cespugli avventizi ed un ragazzo magrebino alla fermata del bus. Pour la Tour Eiffel? Quello sembrò risvegliarsi da una anestesia totale. Ou? Il fatto che non avesse battuto i pugni sul petto per accompagnare quel suono mi meravigliò non poco. Le centre de Paris... l’Ile de la Citè... la Tour Eiffel? A quel punto il magrebino capì che non ero un borseggiatore, che non ero un mentecatto e, soprattutto, che non ero francese e decise di concedermi un plurisillabo. Tout droit Confidando nel mio misero francese scolastico svoltai a destra, ma la strada era chiusa e decisi di tornare dal ragazzo di poche parole a chiedere conto delle sue indicazioni. Mi catechizzò senza smentire la sua propensione alla sintesi. Tout droit e fece un cenno in avanti. A droite e fece un cenno a destra. Dritto e destra si dicono nella stessa maniera? Ma che lingua è? E’ come se noi italiani dicessimo dritto e a dritta pretendendo di essere compresi dagli stranieri.
La Tour Eiffel è talmente enorme che sembra di arrivarci svoltato l’angolo, e invece non arriva mai. Poi, quando ormai ti senti grande come un batterio dello yogurt, c’è un ponte sulla Senna e poi la torre. Ci sono dei posti nel mondo che ti fanno sentire protagonista anche se sei in mezzo alla folla. Posti magici, senza tempo. Arrivare alla torre in bici e’ un po’ come tagliare un traguardo, uno di quei traguardi che ti fanno respirare a fondo, e ti fanno sentire vincente, anche se sei ultimo e la gente ti dà le spalle.

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