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ALESSIO

Col senno di poi
23/02/2011 14:14:12

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La tomba era una massiccia costruzione in marmo scuro, una sepoltura imponente ed austera grande come una piazzola da campeggio. Mal si addiceva ad un giovane cicloturista poco incline alle pomposità. Mi riconoscevo a stento in quella fotoceramica, mi faceva triste e smunto. Ero dispiaciuto più per come mi avrebbero ricordato che per il fatto che fossi morto. Il tumulo non è importante, lo so. Ma chi speri che venga a trovarti chiuso dentro un mausoleo? Avrei preferito qualcosa di meno sfarzoso, qualcosa di più originale, qualcosa di utile ed accogliente. Non so, una lapide LCD da 42 pollici sintonizzata su Sky Sport HD, un portagiornali con la Gazzetta sempre fresca, frigobar, due poltroncine ed una hostess in minigonna. Sai la calca? Un ululato illividì l’aria, improvviso come un tuono diurno. Si alzò un vento fortissimo. L’ululato si fece più intenso smuovendomi le ossa. Comparve un lupo enorme, ingobbito dalla ferocia, immobile. Mi riferisco a quell’immobilità sospesa e sbilanciata che precede il furore, quella di un centometrista sui blocchi. Ero immobile anch’io, per quanto mi sforzassi di scappar via, come imbustato sottovuoto. Poi il lupo mi attaccò, fulmineo. Fui svegliato dal mio stesso urlo. Albeggiava e la luce dava un aspetto diverso al prato che avevo scelto per trascorrere la notte. L’ululato rimbombava nelle orecchie. Mi misi a sedere con un colpo di reni. A tre metri c’erano delle croci in marmo bianco perfettamente allineate. La suggestione dell’incubo amplificò il terrore. Balzai in piedi senza uscire dal sacco a pelo. Saltellando mi avvicinai alla bassa recinzione che mi separava dalla strada. Poi l’ululato cessò improvvisamente lasciando il posto ad una voce. Un uomo in tenuta da giardinaggio blaterava qualcosa in inglese con aria costernata. Era lì vicino e brandiva uno di quei soffioni per spazzare il fogliame. Lo esortai a continuare il suo lavoro con un ampio gesto della mano.
Una volta recuperata la bici ripresi la strada oppresso da un senso di irrealtà, una sensazione simile ai postumi di una scossa ad alto amperaggio. In quel punto il leggero declivio si trasformava in una pendenza notevole, aggredii la salita spingendo sui pedali l’eccesso di adrenalina. Dopo pochi chilometri cominciai a sentire le prime fitte ai quadricipiti, sembrava che un maniscalco mi stesse praticando l’agopuntura con chiodi e martello. Continuai a pestare sui pedali a denti stretti, quasi in apnea. Presto i chiodi diventarono scalpelli e ricaddi sulla sella in preda al debito di ossigeno. Il cuore rimbombava nelle tempie. Mi sentii debole, sconfitto, infastidito. Avevo sognato un campo santo per poi scoprire di esserne inconsapevole ospite: roba da matti. Intanto la strada scollinava e la discesa mi riconobbe il credito. Approfittai della tregua per accantonare le suggestioni e cercare di capire come, senza avvedermene, fossi capitato in un cimitero.
La giornata precedente era stata terribile: il vento contrario e a raffiche, la pioggia battente, persino una foratura nei pressi di una fungaia i cui effluvi toglievano il fiato. Non c’era stato verso di trovare un riparo, pedalavo con i movimenti di un carillon a fine carica. Si era fatto scuro, gli occhi erano ridotti a fessure. Un tratto di strada in leggera discesa e dal fondo regolare mi cullò fino a farmi abbassare le palpebre. Sentii il piacevole bruciore che assale gli occhi stanchi una volta chiusi. Lo sbilanciamento della bici senza controllo mi risvegliò un attimo dopo. Un colpo di sonno in bici, finchè non ti capita non puoi credere sia possibile. Scavalcai la bassa recinzione di un giardino che ospitava grandi conifere. Era una notte priva di luna, buia come la cecità. Presi il sacco a pelo e lo distesi sul prato, sotto un grosso albero. Il manto erboso era molto curato e profumava di resina. Ero talmente distrutto da non riuscire a montare la tenda, e nemmeno a cambiarmi. Mi limitai a coricare la bici accanto a me, come fosse una donna, una donna priva di vita.
Invece, di donne e di uomini privi di vita ce n’erano tanti. John Varley, Laura Lippman, James Montgomery, Sara Montgomery, Nicholas John Kestell, sono tornato a salutarli, non potevo scappar via così. Le loro storie, i loro ricordi, i sentimenti, i pregi e gli umani difetti erano percepibili, riecheggiavano. Un prato così vale ben più di qualsiasi tappeto persiano. Ho trovato conforto e riparo in quel cimitero, e mi piace credere che neanche ai miei ospiti estinti sia dispiaciuta la mia compagnia. Probabilmente, messi davanti al proprio tumulo, anche loro avrebbero desiderato qualche comfort in più per i visitatori.
Con immenso rispetto.

http://www.bikeride.it/racconti.php?id=8491


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