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ALESSIO

Solitudine
08/03/2015 05:05:13
Post di ALESSIO
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Ero uscito con il mio abito beige, mi faceva sentire a mio agio, in tinta col sole di primavera. Gli altri indossavano i jeans di Armani, l’uniforme di quel aprile dell’ottantaquattro. Ma le uniformi uniformano chi ce l’ha, per gli altri sono divise, ti dividono dal gruppo.
C’era una ragazza che mi piaceva, in realtà non la conoscevo, non abbastanza da decidere che sarebbe stata la donna della mia vita, ma il solo fatto di guardarla mi faceva sentire bene, e male. Sentivo un male fisico, interno. Non un dolore allarmante ed oscuro, di quelli che ti fanno correre al pronto soccorso. Era più un senso di vuoto, l’esatto contrario del mal di stomaco, un malessere continuo e dolcissimo. E poi quel gran mal di testa, un pensiero fisso, dominante. Ne parlai a mio fratello. “Stai crescendo” mi disse. Non pensavo che la crescita facesse vedere il mondo con occhi diversi. Erano tre mesi che portavo gli occhiali, ma non era una questione di vista. Guardavo i miei amici e non vedevo altro che degli sciocchi, dei bambini che portavano i loro corpi da adulto come vestiti di carnevale, un carnevale fuori stagione, fuori luogo.
La serata si trascinò stancamente, come un cane morente in cerca del posto giusto dove sputare l’anima. La stradina di paese che portava alle giostre era semideserta. Una tv a volume troppo alto rimbombava per la via, la sigla della domenica sportiva innescava in me la sindrome del lunedì. Lo so, è stupido prendersela con il lunedì, è un giorno come gli altri, solo più sfortunato. E’ come la punta della supposta, è lei che passando fa male, il resto scivola via senza maledizioni.
Eravamo davanti al traballero ed il solito mitomane faceva sfoggio delle sue doti di equilibrista. Lei, la ragazza che era riuscita ad entrarmi dentro senza neanche avvicinarsi, se ne stava fra le braccia di un tipo, uno brutto. Ingoiai amaro. Pensai di valere meno di quello schifo di ragazzo. Pensai che confidarmi con dei bambini pronti a ridere della loro stessa ombra non mi avrebbe aiutato. Intanto le stupidaggini del giostraio uscivano dall’altoparlante distorte e gracchianti. Non è importante avere qualcosa di decente da dire, la facoltà di parola si guadagna con i decibel, basta un microfono in mano per avere il diritto di inquinare il mondo senza contraddittorio.
SPARISCI GIOSTRAIO! Tu e la tua sterile logorrea.
SPARITE! Fantocci dei miei vecchi amici, andate a scimmiottare un po’ più in là.
SPARITE TUTTI! Mucchio di invasati! Prede di un’isteria che non ha niente a che fare col divertimento.
Ci si può sentire soli ovunque, soprattutto in mezzo alla gente.
Alzai lo sguardo per rifugiarmi nelle stelle. Cassiopea, la sua W in mezzo al cielo. Ma cosa sono le costellazioni? Gruppi di stelle? No. Sono stelle di origini diverse che si trovano a enormi distanze l’una dall’altra. Nulla in comune, solo il nostro punto di vista. Sono oggetti celesti otticamente raggruppabili, insomma, li abbiamo accomunati noi uomini, e ci siamo inventati nomi, storie. E’ una nostra fissa, una tara da bambini, vogliamo raggruppare, unire, fidanzare tutto e tutti. Come quel mio compagno delle medie “Paolo e Licia sono fidanzati?” “Chi?” “Quelli di BimBumBam!”
SPARISCI PURE TU!
La Galassia di Andromenda, M31, quello si che è un gruppo di stelle. E’ la luce di miliardi di astri partita 2,5 milioni di anni fa, quando sulla terra c’erano ancora gli australopitechi, e della lingua che abbiamo utilizzato per darle un nome non c’era traccia. Probabilmente quelle stelle non esistono più, ammiriamo una proiezione, solo a pensarci viene il mal di testa. Granelli di sabbia al vento, questo siamo. Parassiti su un residuo di combustione, niente di più.
Tornai sulla terra. Il chiasso furibondo della festa patronale prese il posto del silenzio siderale in cui mi ero rifugiato, mi sorprese. Ero ancora lì, in mezzo agli abitanti della terra, agli alieni. Non tutti possono ascoltarti. Non tutti parlano la tua stessa lingua. Quando ti senti solo in mezzo all’universo e ti viene voglia di arrenderti e comprare uno schifo di uniforme, tirati su, prova a fare due passi, ad andare più in là. Non si può condividere la vita con qualcuno solo perché ti capita accanto, non si può stare insieme per caso, come oggetti che si incontrano sul fondale marino portati dalle correnti, e lì giacciono.
Ci si può sentire soli ovunque, soprattutto in mezzo alla gente, ed è del tutto normale.

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