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ALESSIO

Restituite l’Oro a Chelimo!
06/08/2015 17:26:25
Post di ALESSIO
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Questa storia inizia negli anni ’70 fra le colline del Cherangani, dove l’Africa è verde e fresca. Lì, in Kenia, a tremila metri sul livello del mare, nelle tende della tribù Kalenjin, nacque una generazione di fenomeni, potenti come cavalli, leggeri come uccelli, eleganti come gazzelle.
Da quelle parti non si usa tramandare il cognome. Per la loro cultura il nome definisce una persona, oltre ad identificarla. Per questo nessuno sospetterebbe che i plurimedagliati Moses Kiptanui, Ismael Kirui e Richard Chelimo siano parenti, eppure sono fratelli e cugini, nati e vissuti nello stesso villaggio, allevati dalla stessa famiglia.

I tre erano solo dei ragazzini quando i sogni di Henry Rono, anch’esso keniano degli altipiani, furono spezzati dal boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca del 1980. Henry, in quel momento, era leader del mezzofondo, detentore dei record mondiali su tutte le distanze 5.000, 10.000 e 3000 siepi. Avrebbe fatto man bassa di medaglie, e invece niente. Aveva cominciato l’attivita agonistica ormai trentenne, quando era riuscito a scappare dall’Africa, e non avrebbe più avuto occasione di partecipare ad un’Olimpiade. Così aggiunse un triste primato al suo palmares: è l’unico detentore di record mondiale a non aver mai vinto una medaglia, né olimpica, né mondiale, né nazionale, nella sua specialità. E solo perché, da transfugo keniano, non ha mai potuto disputare gare in quelle competizioni. Gli resta il merito di aver fatto scoprire al mondo che, nel cuore dell’Africa, c’è una terra la cui gente corre come il vento.

Ma all’Olimpiade di Barcellona non c’è alcun boicottaggio. Sono passati dodici anni dall’incubo sportivo di Henry Rono. La generazione di fenomeni keniani é sbarcata sulla scena mondiale, e nessuno può impedire a Richard Chelimo di prendere ciò che è suo di diritto. Lui è il più forte, lo ha già dimostrato. Ai precedenti mondiali, quelli di Tokio, ha dovuto cedere la vittoria al suo capitano, per rispetto, per anzianità. Adesso tocca a lui, staccherà tutti a modo suo, a tre giri dalla fine, con una delle sue progressioni incontenibili. Nessuno può fermare Richard, nemmeno Khalid Skah, il marocchino che si ostina a rimanergli attaccato alle calcagna.

Ma Richard Chelimo non é mai stato un ottimista, teme sempre che qualcosa possa impedirgli di concretizzare i suoi sogni. Un concorrente sleale potrebbe rallentare, farsi raggiungere, e poi, invece di cedere il passo per il doppiaggio, tagliare la strada, rompere il ritmo, e chi fa sport di fondo sa cosa significa. Ma una cosa così non si è mai vista alle Olimpiadi, o almeno non fino a quel momento, perché Hammou Boutayeb, un altro marocchino, è davvero lì, e continua ad ostacolare, fintare, zigzagare, disturbare in tutti i modi Richard per tenerlo lì ed avvantaggiare il suo compagno di squadra Khalid Skah. La folla assiste allo spettacolo più antisportivo della storia delle Olimpiadi, ulula furibonda il proprio dissenso. Ma il marocchino continua, innervosisce Richard con gesti e parole, senza alcun rispetto. Un commissario di gara tenta di bloccare fisicamente il doppiato, ma niente. E’ il caos.

Trecento metri al traguardo. Dopo aver spudoratamente ostacolato Richard ed avergli di fatto impedito di staccare Skah, Hammou Boutayeb cede il passo: l’ignobile missione è compiuta. Richard Chelimo e Khalid Skah si giocheranno la medaglia d’oro allo sprint. Richard tiene duro, tiene per senso di giustizia, tiene per senso del dovere, tiene perché altrimenti uscirebbe quel che porta dentro, rabbia, lacrime e disperazione. Ma alla fine deve piegarsi. Skah ha un finale incredibile, non ha mai perso uno sprint nella sua carriera, e non perderà nemmeno questa volta.

Marocchini squalificati! Tutti d’accordo. Il pubblico l’ha chiesto a gran voce, già prima che il traguardo fosse tagliato e che quella pantomima finisse. I commissari ratificano. Richard sale sul gradino più alto e corona il suo sogno. Sul terzo gradino c’è Salvatore Antibo, l’atleta siciliano il cui bronzo olimpionico rende sublime l’addio forzato all’agonismo a causa della sopraggiunta epilessia, come si apprenderà anni dopo. Tutto perfetto, tutto giusto, ma dura poco. L’indomani Salvatore dovrà restituire la medaglia e Richard accontentarsi dell’argento. Il ricorso della nazionale marocchina viene accolto. L’unico squalificato è Hammou Boutayeb, il “doppiato”. E’ un autentico scandalo.

Richard Chelimo aveva pieno diritto a quell’oro olimpico. Il mondo intero ha assistito a quello spettacolo indegno. Tutti hanno visto. Due atleti sleali hanno fatto scempio di ogni valore etico, si sono fatti beffe dello spirito olimpico proprio durante l’Olimpiade, e nessuno ha fatto nulla, anzi, tornano a casa vittoriosi.

Il mondo ha voltato le spalle a Richard, lo ha lasciato solo. Se Richard Chelimo non ce l’ha fatta è colpa nostra. E’ colpa nostra se Richard ha smesso di credere nello sport e s’è ritirato dall’agonismo a soli 23 anni. E’ colpa nostra se, quando è morto, non aveva al collo il suo oro olimpico. Un tumore alla testa se l’è portato via a 29 anni. Un talento é rimasto inespresso, un campione è morto triste e solo, ed è colpa di ognuno di noi.

Restituiamo l’Oro a Richard Chelimo, restituiamogli quello che é suo. Chiediamo che gli venga conferita la Pierre de Coubertin, la medaglia del vero spirito olimpico. E non dimentichiamo i grandi campioni solo perché sono fuori dagli annali. Non dimentichiamo Richard Chelimo ed Henry Rono.

http://www.bikeride.it/diario/racconti.php?id=12


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