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27/03/2013
Solitudine
Post di ALESSIOGestione
alessio.ditommaso@gmail.com




Ero uscito con il mio abito beige, mi faceva sentire a mio agio, in tinta col sole di primavera. Gli altri indossavano i jeans di Armani, l’uniforme di quel aprile dell’ottantaquattro. Ma le uniformi uniformano chi ce l’ha, per gli altri sono divise, ti dividono dal gruppo.
C’era una ragazza che mi piaceva, in realtà non la conoscevo, non abbastanza da decidere che sarebbe stata la donna della mia vita, ma il solo fatto di guardarla mi faceva sentire bene, e male. Sentivo un male fisico, interno. Non un dolore allarmante ed oscuro, di quelli che ti fanno correre al pronto soccorso. Era più un tormento, un senso di vuoto, l’esatto contrario del mal di stomaco, un malessere continuo e dolcissimo. E poi quel gran mal di testa, un pensiero fisso, dominante. Ne parlai a mio fratello. “Stai crescendo” mi disse. Non pensavo che la crescita facesse vedere il mondo con occhi diversi. Erano tre mesi che portavo gli occhiali, una montatura craxiana demodè, ma non era una questione di vista. Guardavo i miei amici e non vedevo altro che degli sciocchi, dei bambini che portavano i loro corpi da adulto come vestiti di carnevale, un carnevale fuori stagione, fuori luogo.
La serata si trascinò stancamente, come un cane morente in cerca del posto giusto dove sputare l’anima. La stradina di paese che portava alle giostre era semideserta. Una tv a volume troppo alto rimbombava per la via, la sigla della domenica sportiva aveva su di me l’effetto di un fendente, una coltellata che apriva il sacchetto in cui stipavo i miei sensi di colpa. Anche quella domenica era finita e, come al solito, non avevo fatto i compiti. Mi aspettava un altro lunedì di merda con salto della prima ora e coma vegetativo per le restanti quattro. Lo so, è stupido prendersela con il lunedì, è un giorno come gli altri, solo più sfortunato. E’ come la punta della supposta, è lei che passando fa male, il resto scivola via senza maledizioni.
Eravamo davanti al traballero ed il solito mitomane faceva sfoggio delle sue doti di equilibrista. Anni dopo ne ho conosciuto uno a cui era andata male, indomito, impennava la sedia a rotelle e rimaneva in surplace. Lei, la ragazza che era riuscita ad entrarmi dentro senza neanche avvicinarsi, se ne stava fra le braccia di un tipo, uno brutto. Ingoiai amaro. Pensai di valere meno di quello schifo di ragazzo. Pensai che confidarmi con dei bambini pronti a ridere della loro stessa ombra non mi avrebbe aiutato. Intanto le stupidaggini del giostraio uscivano dall’altoparlante distorte e gracchianti. Non è importante avere qualcosa di decente da dire, la facoltà di parola si guadagna con i decibel, basta un microfono in mano per avere il diritto di inquinare il mondo senza contraddittorio. Vaffanculo a te giostraio, ed alla tua sterile logorrea. Vaffanculo a voi fantocci dei miei vecchi amici, andate a scimmiottare un po’ più in là. Vaffanculo a tutti questi invasati che si divertono perché sono determinati a farlo, non perché ci sia l’ombra di un motivo. Ci si può sentire soli ovunque, soprattutto in mezzo alla gente.
Alzai lo sguardo e mi rifugiai nelle stelle. Cassiopea, una W in mezzo al cielo, in quel triste contesto mi sembrò capovolta. Andromeda, la più femminile e materna delle costellazioni, mi stava sui coglioni pure lei. Ma cosa sono le costellazioni? Gruppi di stelle? No. Sono stelle di origini diverse che si trovano a enormi distanze l’una dall’altra. Nulla in comune, solo il nostro punto di vista. Sono oggetti celesti otticamente raggruppabili, insomma, li abbiamo accomunati noi uomini, e ci siamo inventati nomi, storie, un sacco di cazzate. E’ una nostra fissa, una tara da bambini, vogliamo raggruppare, unire, fidanzare tutto e tutti. Come quel mio compagno delle medie “Paolo e Licia sono fidanzati?” “Chi?” “Quelli di BimBumBam!” Vaffanculo pure a te! La Galassia di Andromenda, M31 per gli amici, quello si che è un gruppo di stelle. E’ la luce di miliardi di astri partita 2,5 milioni di anni fa, quando sulla terra c’erano ancora gli australopitechi, e la lingua e le lettere che abbiamo utilizzato per darle un nome manco esistevano. Quelle stelle potrebbero non esistere più, ammiriamo una proiezione, solo a pensarci viene il mal di testa. Granelli di sabbia al vento, questo siamo. Parassiti su un residuo di combustione, niente di più.
Tornai sulla terra. Il chiasso furibondo della festa patronale prese il posto del silenzio siderale in cui mi ero rifugiato, mi sorprese. Ero ancora lì, in mezzo agli abitanti della terra, agli alieni. Non tutti possono ascoltarti. Non tutti parlano la tua stessa lingua. Quando ti senti solo in mezzo all’universo e ti viene voglia di arrenderti e comprare una schifo di uniforme, tirati su, prova a fare due passi, ad andare più in là. Non cedere alle lusinghe dell’omologazione, sii te stesso, custodisci le tue peculiarità, sono la sola cosa che ti distingue dalla massa. Troverai chi le apprezza, chi ti ama, chi vede in te qualcosa di speciale. E’ facile trovare apprezzamento in mezzo al gregge, ma è un apprezzamento finto, fine a se stesso, l’apprezzamento che si riserva a chiunque capiti lì, “sei un grande”, “sei solare”, “sei un mito”, è solo un modo per dirti che vali qualcosa, qualcosa più di un cazzo di niente. Non si può condividere la vita con qualcuno solo perché ti capita accanto, non si può stare insieme per caso, come oggetti che si incontrano sul fondale marino portati dalle correnti, e lì giacciono.
Ci si può sentire soli ovunque, soprattutto in mezzo alla gente, ed è del tutto normale.




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Alessio Di Tommasoemail: alessio.ditommaso@gmail.com
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